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Licenziare dipendente a tempo indeterminato, quando si può?

di Know How

in LAVORO
Tempo di lettura: 2 min

Licenziare è sempre possibile, anche chi ha un contratto a tempo indeterminato; è necessario però che ricorrano determinate circostanze (giusta causa o giustificato motivo). Oltre al TFR, previsti altri costi per il datore di lavoro, come il ticket di licenziamento. Ecco tutti i dettagli.

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Sicuramente, rispetto al passato, i contratti di lavoro a tempo indeterminato hanno perso molto della loro intangibilità: varie riforme hanno indebolito la posizione di quei lavoratori che usufruiscono di un contratto di lavoro stabile. Nonostante una maggiore flessibilità rispetto al passato, per poter licenziare un dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato devono comunque ricorrere delle precise condizioni: vediamo quali.

Quando è possibile ricorrere al licenziamento?

Nel contratto a tempo indeterminato la fine del rapporto di lavoro può avvenire in tre casi:

  • per il consenso comune delle parti;
  • per decisione unilaterale del lavoratore (dimissioni);
  • per decisione unilaterale del datore di lavoro (licenziamento).

In quest'ultimo caso, il licenziamento può essere intimato per:

  • giusta causa; si verifica quando il lavoratore si rende colpevole di un fatto grave, come un'aggressione fisica al datore di lavoro o ai colleghi, oppure di gravi inadempienze, come l'abbandono ingiustificato del luogo di lavoro o altri comportamenti che mettano in serio pericolo la sicurezza di altri soggetti. In questi casi il lavoratore può essere licenziato "in tronco", cioè senza preavviso, e ha diritto alla sola liquidazione.
  • giustificato motivo soggettivo; ricorre in seguito ad un avvenimento abbastanza serio da provocare il licenziamento del lavoratore, ma comunque non tanto grave da causare un'interruzione immediata del rapporto. Pertanto il licenziamento avviene con il cosiddetto "preavviso": durante questo periodo il lavoratore continua a lavorare ed è normalmente retribuito. Il lavoratore ha diritto alla liquidazione e all'indennità di mancato preavviso qualora venga chiesta la risoluzione immediata del contratto.
  • giustificato motivo oggettivo; si verifica quando il licenziamento si rende necessario per questioni legate alla struttura aziendale, come la necessità di chiudere un settore, esternalizzare una funzione, fronteggiare una crisi del mercato, migliorare la produttività tagliando gli sprechi.

Quando il datore di lavoro procede al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, deve poter dimostrare non solo la necessità del licenziamento ma anche l'impossibilità di impiegare il dipendente ad altre mansioni (il c.d. obbligo di ripescaggio).

Quanto costa licenziare un dipendente?

Il licenziamento ha dei costi per il datore di lavoro, oltre a quelli del trattamento di fine rapporto (TFR) e all'eventuale indennità di mancato preavviso. In caso di licenziamento, infatti, l'azienda deve corrispondere il ticket di licenziamento.
Introdotto dalla Legge Fornero, il ticket di licenziamento è un contributo dovuto dalle aziende e dai datori di lavoro nei casi in cui ci sia un'interruzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato; sono esclusi i casi di dimissioni da parte del lavoratore o di risoluzione consensuale del contratto di lavoro.
Il ticket di licenziamento ha sostanzialmente due finalità:

  • finanziare la Naspi, cioè l'indennità di disoccupazione riconosciuta dall'Inps a coloro che perdono il posto di lavoro;
  • scoraggiare i licenziamenti.

I costi del ticket di licenziamento possono variare nei casi di:

  • licenziamento individuale; si calcola il 41% del massimale mensile Naspi per ogni 12 mesi di anzianità del dipendente negli ultimi tre anni. Poiché il massimale Naspi attualmente è di 1.195 euro, il contributo dovuto dal datore di lavoro per gli ultimi 12 mesi di rapporto è di 489,95 euro. Per i rapporti lavorativi pari o superiori ai 36 mesi il contributo può arrivare a costare 1.469,85 euro;
  • licenziamenti collettivi (Cassa Integrazione Straordinaria); l'aliquota raddoppia, raddoppiando quindi anche l'importo massimo del contributo da versare (per rapporti di lavoro di 36 mesi) che può arrivare a circa 2.940 euro. In mancanza di accordo sindacale raggiunto, tale somma si moltiplica per tre e il datore di lavoro rischia di pagare, per 36 mesi di impiego, 8.820 euro per ciascun lavoratore.

 

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