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Voglio fare il posto fisso: non sempre succede

di Know How

in LAVORO
Tempo di lettura: 2 min

L'aspirazione maggiore è quella di avere un posto fisso con stipendio sicuro. Con i tempi che corrono è più che comprensibile; tuttavia le cose sono cambiate e l'intangibilità del posto di lavoro è venuta meno sempre di più. Quando si può essere licenziati? Vediamolo nei dettagli.

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"Da grande voglio fare il posto fisso!" Diciamocelo chiaramente: una bella percentuale di italiani aspira a un posto di lavoro che dia certezza e stabilità. Un lavoro anche senza troppe responsabilità, magari anche un po' ripetitivo, ma che sia sicuro e duraturo. Licenziamento? Che brutta parola. Tranne che per gli impieghi pubblici però, che conservano ancora un elevato grado di tutele, i contratti a tempo indeterminato hanno perso con il tempo la loro "fissità del posto", per dirla ancora alla Checco Zalone. Quand'è dunque che la "flessibilità", parola tanto usata per sostituire "licenziamento", potrebbe mettere a rischio il posto di lavoro? Per poter licenziare un dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato è necessario che ricorrano delle precise condizioni: vediamo quali.

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Licenziare: quando è possibile?

In presenza di un contratto a tempo indeterminato, la fine del rapporto di lavoro può avvenire:

  • consensualmente: lavoratore e datore di lavoro sono entrambi d'accordo a non proseguire insieme e amici come prima;
  • per dimissioni, quindi per decisione unilaterale del lavoratore;
  • per licenziamento, cioè per decisione unilaterale del datore di lavoro.

In quest'ultimo caso, si può essere licenziati per:

  • giusta causa; se il lavoratore si rende colpevole di un fatto grave, come un'aggressione fisica al datore di lavoro o ai colleghi, oppure di gravi inadempienze, può essere licenziato "in tronco", cioè senza preavviso, e ha solamente diritto alla liquidazione.
  • giustificato motivo soggettivo; si verifica in seguito ad un avvenimento abbastanza serio da provocare il licenziamento, ma comunque non tanto grave da causare un'interruzione immediata del rapporto. Pertanto il licenziamento avviene con il cosiddetto "preavviso": durante questo periodo il lavoratore continua a lavorare e a percepire lo stipendio. Il lavoratore ha diritto alla liquidazione e all'indennità di mancato preavviso qualora venga chiesta la risoluzione immediata del contratto.
  • giustificato motivo oggettivo; si verifica quando il licenziamento si rende necessario per questioni legate alla struttura aziendale, come la necessità di chiudere un settore, esternalizzare una funzione, fronteggiare una crisi del mercato, migliorare la produttività tagliando gli sprechi. In quest'ultimo caso il datore di lavoro deve dimostrare non solo la necessità del licenziamento ma anche l'impossibilità di impiegare il dipendente ad altre mansioni.

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Licenziamento: quanto costa al datore di lavoro?

La perdita di un posto di lavoro non è mai una cosa bella, neanche per il datore di lavoro. Infatti licenziare un dipendente ha dei costi, a volte anche molto elevati. Innanzitutto c'è il TFR, il trattamento di fine rapporto; in caso di mancato preavviso c'è anche da pagare un'ulteriore indennità. Poi c'è il ticket di licenziamento, un contributo dovuto dalle aziende e dai datori di lavoro nei casi in cui ci sia un'interruzione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato; ovviamente non è dovuto in caso di dimissioni da parte del dipendente. Il ticket di licenziamento serve sostanzialmente a due cose:

  • finanziare la Naspi, cioè l'indennità di disoccupazione riconosciuta dall'Inps a coloro che perdono il posto di lavoro;
  • scoraggiare i licenziamenti.

Si dice che perdere il lavoro può diventare un’opportunità per cambiare. Certo si, ma anche no. Nel senso che se stiamo bene dove stiamo e il lavoro ci piace pure, forse è meglio non perderlo. In ogni caso, è bene sapere come funzioni in caso di licenziamento: è meglio essere preparati ad ogni evenienza, sia da dipendenti che in quanto datori di lavoro. 

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