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Successione aziendale: il patto di famiglia

di Know How

in FARE IMPRESA
Tempo di lettura: 3 min

Il patto di famiglia è un istituto previsto dal codice civile italiano con cui è possibile, in deroga ad alcune delle norme previste in tema di successione, stabilire in anticipo le sorti dell’impresa in seguito alla dipartita del titolare. Scopriamo le caratteristiche e come approfittarne.

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Ogni imprenditore, a prescindere dalle dimensioni della propria azienda, si sarà posto, o dovrà porsi, il problema della continuità della proprità attività, in termini di successione, di passaggio delle redini verso un componente delle propria famiglia. Garantire continuità alla propria azienda, è un accorgimento che di certo ogni bravo imprenditore vorrebbe risolvere nel miglior modo possibile. Oggi esiste una nuova soluzione per affrontare il problema in questione, ed è quella offerta dal patto di famiglia, ovvero un istituto previsto dal codice civile italiano con cui è possibile, in deroga ad alcune delle norme previste in tema di successione, stabilire in anticipo le sorti dell’impresa successivamente alla dipartita del titolare. In questo articolo affrontiamo il tema nella maniera più chiara possibile, mettendo in evidenza le caratteristiche più importanti e i consigli per approfittare del regime di successione aziendale agevolata.

Cos’è il patto di famiglia e a cosa serve?

In termini di successione aziendale, i figli rappresentano senza subbio una grande risorsa per trasmettere il patrimonio di un'impresa alle future generazioni, non solo in termini economici ma anche di know how. Tuttavia, a volte, è possibile che ve ne siano alcuni che non sembrano portati a (oppure non vogliono) proseguire l’attività di famiglia. Senza contare che, in caso di più discendenti, alla dipartita dell'imprenditore la proprietà dell’impresa finirà divisa tra più persone, cosa che potrebbe rallentare i meccanismi decisionali o, peggio, mettere a rischio la crescita dell’attività, specialmente nell’ipotesi di contrasto tra opposte prospettive e volontà di titolari in disaccordo fra loro. La crescita dell'attività, in questi casi, dovrebbe essere l'unica cosa che conta, essendo coinvolti anche i dipendenti con tutte le loro famiglie.
 
La soluzione più semplice, ossia decidere in anticipo a chi e in che porzione andrà l’azienda, è osteggiata dall’ordinamento sotto almeno due punti di vista. Infatti, le norme che riguardano la successione contengono due principi fondamentali che contrastano con l’esigenza di assicurare una successione ordinata nell’azienda: il divieto dei patti successori e la tutela dei legittimari.

Divieto dei patti successori e tutela dei legittimari

Sotto il primo aspetto, la legge vieta di stipulare patti anteriori all’apertura della successione (e cioè, prima della scomparsa del soggetto della cui successione si tratta, il cd. "de cuius") con cui si attribuiscono posizioni, si nominano eredi o si impongono rinunce ad alcuni successibili. Sotto il secondo, le disposizioni del codice civile tutelano i familiari più stretti dal rischio di essere esclusi dalla successione o di vedersi attribuite quote di eredità sproporzionate rispetto ad altri.
 
Tuttavia, proprio le esigenze di assicurare la continuità nell’impresa in capo ai discendenti che appaiono essere più adeguati al compito, hanno spinto il legislatore ad allentare le maglie di una disciplina così stringente. Il meccanismo con cui ciò è avvenuto è l’introduzione, nel 2006, del cd. "patto di famiglia".
 
Questo istituto dà la possibilità all’imprenditore di organizzare il passaggio generazionale alla guida dell’impresa, attribuendo in anticipo la proprietà dell’azienda ad uno o più discendenti. In più, grazie al meccanismo partecipativo alla base del funzionamento del patto di famiglia, queste attribuzioni vengono blindate da possibili contestazioni di altri discendenti esclusi dall’impresa, al momento dell’apertura della successione.

Quando e perché è utile il patto di famiglia?

In una realtà imprenditoriale come quella italiana, dove la gran parte del tessuto produttivo è organizzato sotto forma di imprese a conduzione familiare, l’introduzione del patto di famiglia è una novità di tutto rispetto. Grazie a questo istituto, infatti, è possibile giungere ad un accordo preventivo tra i familiari, così da evitare futuri disaccordi tra discendenti che potrebbero pregiudicare la regolare funzionalità dell’impresa. Il tutto senza andare a ridurre eccessivamente le garanzie che la legge assegna, in generale, ai discendenti sotto il profilo della loro tutela.
 
Il patto di famiglia, inoltre, è una figura interessante anche sotto il profilo giuridico, dal momento che, pur avendo ad oggetto deroghe rispetto ai meccanismi ordinari della successione testamentaria dell’imprenditore, si situa palesemente nel campo dei contratti "inter vivos": in altri termini, il patto di famiglia è un vero e proprio patto successorio con cui si attua il trasferimento dell’impresa ai discendenti individuati come beneficiari. Questo effetto è immediato e non, come avverrebbe secondo un normale testamento, successivo alla morte dell’imprenditore.
 
Inoltre, alle condizioni che ti spiegheremo più avanti, l’attribuzione fatta ai beneficiari è regolarmente sottratta a tutti quei meccanismi di tutela riservati ai legittimari. Normalmente, infatti, se si attribuisce ad un solo discendente una quota di eredità maggiore rispetto agli altri, sia nel testamento sia quando l’ascendente è ancora vivo (ad esempio, mediante una donazione), gli altri soggetti eventualmente lesi nella loro quota potranno impugnare la disposizione (testamentaria o fatta quando il de cuius era ancora in vita) e aggredirla per vedere ripristinata la loro quota.

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Quando ricorrere al patto di famiglia

Facciamo un esempio, per chiarire il concetto e trasporlo in campo aziendale. Se tu decidessi di destinare l’intera proprietà dell’impresa donandola ad un solo figlio, escludendo l’altro, e se quest’ultimo, al momento dell’apertura della successione, notasse che la quota di eredità a lui riservata ha un valore minore rispetto all’attribuzione fatta al fratello, la legge gli permetterebbe di fare causa al primo e inserirsi per la quota spettante nella proprietà dell’impresa. Il che vorrebbe dire, da un lato, esporre il nuovo imprenditore ad azioni giudiziarie piuttosto lunghe e impegnative; dall’altro, vanificare comunque le finalità dell’originaria attribuzione (lasciare l’impresa ad un solo discendente).
 
Tutto ciò spiega perché sia utile, a certe condizioni, utilizzare il patto di famiglia. Se fra i tuoi discendenti ci sono alcuni che, magari perché hanno da sempre lavorato in azienda, conoscono il campo meglio di altri o, comunque, garantiscono maggiore affidabilità dal punto di vista della prosecuzione dell’impresa, allora ricorrere al patto di famiglia rappresenta la soluzione migliore. Lo stesso dicasi se vuoi evitare di parcellizzare le quote di proprietà dell’impresa fra un gran numero di discendenti, con il rischio, peraltro, che questi vendano la propria parte facendo entrare in società degli estranei.
 
Chiarito cos’è e perché ricorrere al patto di famiglia, ti forniremo adesso dei dettagli ulteriori per spiegarne il funzionamento, illustrando quali sono le condizioni richieste dalla legge per l’operare del meccanismo successorio speciale che abbiamo finora descritto.

Come funziona il patto di famiglia?

Dal punto di vista dell’atto, il patto di famiglia è un vero e proprio contratto (o, meglio, un patto successorio ammesso) la cui funzione è, come visto, trasferire l’azienda o le partecipazioni societarie ad uno o più discendenti.
 
Perché operino le deroghe alla disciplina ordinaria che vieta i patti successori, la legge ha adornato l’istituto con una serie di garanzie e requisiti. Innanzitutto, il patto deve essere stipulato con atto pubblico del notaio, alla presenza di tutti i soggetti che sarebbero eredi legittimari se si aprisse in quel momento la successione (in sostanza, il coniuge e i figli dell’imprenditore).
 
La partecipazione degli altri possibili eredi esclusi dall’azienda non basta. Si richiede, infatti, che il patto indichi le somme o le attribuzioni in natura con cui il beneficiario dell’attribuzione o, per esso, l’imprenditore va a "compensare" gli eredi esclusi per la loro rinuncia a partecipare all’eredità dell’azienda. In altre parole, si liquidano le quote corrispondenti al valore dell’impresa trasferita con il patto di famiglia, risarcendo gli altri esclusi dall’azienda con attribuzioni in denaro o con il trasferimento di altri beni. Queste attribuzioni sono considerate come un vero e proprio anticipo dell’eredità.
 
Se dalla stipula del patto di famiglia al giorno dell’apertura della successione dell’imprenditore vengono ad esistere nuovi legittimari (nuovi figli o un nuovo coniuge), il patto di famiglia resta valido, ma il beneficiario dovrà procedere al pagamento di una somma pari alla differenza tra la quota di legittima dovuta e quella effettivamente percepita in forza dell’impossibilità di concorrere alla successione aziendale.  
 
Va detto, infine, che il patto di famiglia può essere sciolto o modificato, purché vi partecipino gli stessi soggetti presenti all’inizio. In questo caso, il nuovo contratto di scioglimento o di modifica deve essere stipulato sempre per atto pubblico. È infine possibile anche il recesso di uno o più partecipanti, se questa possibilità è ammessa dal patto di famiglia.

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A quale professionista rivolgersi?

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Successione AziendalePatto di Famiglia

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